A una passante, alla migliore
di Michele Bertinotti
E sopra il bosco quando fa sera
s’alza una luna di rame;
perché mai così poca musica,
perché mai un tale silenzio?
Osip Mandel’štam
s’alza una luna di rame;
perché mai così poca musica,
perché mai un tale silenzio?
Osip Mandel’štam
La stazione è una pista da ballo e tutti i giorni io vedo le persone ballare. Stanno sulla banchina, alcuni ciondolando in una lenta danza, che ricorda vagamente ataviche migrazioni; altri delineando rapide geometrie nelle ore di punta, danzando sui tacchi alti o su scarpe da uomo rumorose. Quando giro sul mio mezzo bianco, piccolino, dotato di spazzole laterali, non distolgo mai l’attenzione dalla strada, non volto mai lo sguardo dalle ruote. Così, ho di fronte a me gli assoli delle scarpe e, nella pausa, volgendo lo sguardo alla banchina, la potenza della sinfonia dei passanti, l’orchestra al gran completo. Intorno a questo e dentro questo, Trst, Trieszt, Triest, e infine Trieste, borbottii che col tempo ho imparato a decifrare, perché è da quando sono nato che li sento dagli altoparlanti e dalle persone che affollano la piccola biglietteria, leggo i loro nomi sui pannelli informativi, come per riprendere la battuta giusta della quartina durante un turno del lavoro; oppure, quando i treni per Vienna e Budapest, carichi di gente, sono partiti e c’è una specie di silenzio, ricerco nelle bocche della gente questo nome, la nota che avevo smarrito. Ho imparato a conoscere alla perfezione i movimenti che le labbra e la bocca, nelle diverse lingue, devono compiere per pronunciare il nome della città. Queste parole rimbalzano da una bocca all’altra e non il mio sguardo, ma il mio udito, le segue.
Conosco queste quattro mura molto più della città che amo; anzi, conosco la città che amo attraverso queste mura. Gli spifferi che passano sotto le ampie porte dell’ingresso mi hanno fatto conoscere il golfo e il mare. Il porto arriva tutti i giorni sui vagoni che terminano la corsa, per poi riprenderla e disperdersi. Gli abiti mi rivelano le mode, i pettegolezzi la vanità, certi tremolii del pavimento, in alcune ore della giornata, mi mettono in contatto con le viscere della città, l’acqua che c’è sotto si lamenta per qualcosa; i giornali, che non leggo quasi mai, mi aggiornano sul mondo.
Ho sempre vissuto in una specie di loggiato, incastrato sopra i binari. Ci vivevo con mio padre, capo stazione, ma da quando molti anni fa è morto sono rimasto solo. Dalla mia stanza vedo la banchina intera e, in lontananza, i binari, orridi e fascinosi a un tempo, piccolo palcoscenico sul quale l’umanità si rappresenta, per volontà o necessità.
Quando i passanti guardano il tabellone delle partenze e degli arrivi è come se mi guardassero negli occhi. Questa finestra posta a fianco ai tabelloni mi ha sempre dato l’idea della clandestinità e il piacere dell’obbligata visibilità, un piccolo brivido che negli anni ti impone e ti permette di conoscere spicchi dell’umanità e del mondo. I fischi dei treni mi hanno sempre portato alla mente la Risiera, dove i tedeschi rinchiudevano uomini, donne e bambini. Vedevo tutti i giorni partire i vagoni scortati da centinaia di guardie. La danza dei passanti assomigliava a un rituale macabro, le valige sincopavano la musica dei calcagni, la azzoppavano, ne sconvolgevano le quartine, creavano scale verticalissime.
Anni dopo, però, si sentivano le schioppettate da Opicina, dal porto Vecchio, persino dal tribunale, e la frenesia massima nella stazione. I fischi dei treni erano diventati in quei giorni delle grida al cielo, sapevano di polvere da sparo.
Spesso ho pensato che non avrei barattato la stazione per nessun altro luogo al mondo. Il mio mondo fatto di suoni e di volti, il mio pane quotidiano.
Il mio mondo è fatto di gente che cammina e parla. L’unico che non parla alla stazione sono io. Che poi, a dir la verità, parlo tutto il giorno. Giro con la mia macchinina e faccio due chiacchiere con l’uomo che vende i giornali, due parole anche al cambio turno e alla mattina presto; e poi ci sono i colleghi delle pulizie, quelli della manutenzione, quelli dell’elettricità, i capi treno, i vice capi treno, quelli delle pulizie, gli addetti alle biglietterie, i garzoni del bar, quelli dell’ufficio informazioni e quelli dei rimborsi; il tabaccaio e quell’uomo solitario che vive sull’ultima banchina del binario 3. Tutte queste persone formano una moltitudine disordinata ma compatta, la piccola selva che porta avanti e dà lustro alla stazione, ne costituisce la struttura portante, l’ossatura sempre presente e invisibile ai più.
Scambio due parole con molti di loro. Dopo anni di lavoro ho scandagliato la loro lingua e la loro personalità, sono diventate sagome di umanità che conosco alla perfezione, negli occhi e nello sguardo. Rimangono costanti sullo sfondo, figure piacevoli in un piccolo mondo di codificata umanità. Il loro suono è un’unica nota prolungata, un quattro quarti monorima e senza pause.
È solo negli incontri casuali, non nel quotidiano svolgersi della vita della stazione, che tra quelle volte e quei saloni entro veramente in contatto con qualcuno.
Anni fa ad esempio ho conosciuto un ragazzo che mi ricorderò per sempre. Passava di lì come tanti, coi suoi occhiali scuri e i pantaloni stretti. Mi colpì di lui, come era già successo con altre persone, ma mai con questa sensazione, il suo modo di parlare. Il suo friulano era strano, sicuramente acquisito nell’infanzia; ma sibillino, a volte sconosciuto, insidioso in certe costruzioni, vagamente imbastardito. Era un ragazzo sui trent’anni che prendeva spesso il treno veloce in direzione Roma. Partiva quasi sempre dal binario 11, col treno delle 16 e 40 che giunge a Roma al mattino presto. Sembrava che poetasse mentre mi chiedeva come stavo, muovendo quelle labbra in quel friulano strano. Mi parlava timidamente, lo sguardo basso, le labbra sottili. A volte avevo l’impressione che mi stesse intervistando. E quando gli raccontavo della musica delle passanti, sorrideva e sorridendo pensieroso rispondeva: anche a me piace Mozart.
Anche di altri incontri, durante la mia lunga vita di impiegato alla stazione, la mia memoria ha tenuto un limpido ricordo. Mi ricordo come fosse ieri di quel tale, per esempio, si chiamava Umberto Poli, che conosceva gli abitanti della città meglio di chiunque altro. Andava e veniva da Trieste continuamente e mi raccontava storie della città vecchia e dei popolani. Ma l’incontro più strano e sconvolgente, quello che più di tutti ha marchiato indelebilmente la mia vita, è avvenuto un giovedì mattina di dodici anni fa. Per la prima volta ho avvertito in una persona il piacevole brivido della totale assenza di note musicali. La stazione diventata improvvisamente silenziosa, sentivo solo il rumore del mio motorino elettrico che rallentava. I suoi passi non avevano alcun suono, o non mi attraeva la loro melodia. Dei suoi movimenti volevo conoscere lo spartito. Aveva la dolcezza che incanta e il piacere che uccide una vita. Era fatale diversità, musica per sottrazione.
Da subito mi è interessato sapere chi avesse scritto quei libri che portava in mano ogni volta che scendeva dal treno, chi avesse toccato quella gonna quando, scesi i gradini, si sistemava frettolosamente l’orlo, a chi e a cosa fossero rivolti quegli sguardi. Ma soprattutto mi interessava sapere perché scendesse sempre dal treno di Budapest. Da quel giorno incominciai, quasi involontariamente, ennesimo piccolo rituale della giornata, a tracciare il percorso della sua vita, a inseguire il significato della parola Trieste sulle sue labbra, come mai avevo fatto prima.
Il suo nome è Elena Khun. L’ho scoperto qualche giorno dopo averla vista scendere dal treno, quando, per la prima volta, ho cercato di incontrarla. Non le ho parlato, ma passandole di fianco ho visto che gettava dei fogli nel cestino. Sul primo foglio c’era scritto:
Fëdor Dostoevskij
I Demoni
Traduzione di Elena Khun
C’erano altri fogli scritti a macchina pieni di correzioni a penna. Sembravano bozze corrette e buttate. La mia passante preferita, scoprii, era una traduttrice.
Qualche giorno dopo arrivò sulla banchina, ancora dal binario 1. Doveva essere di Budapest, così diceva l’indirizzo tra le due strisce di cuoio della sua vecchissima valigia. Ho preso presto l’abitudine di andarla a prendere al binario, senza che lei si accorga di avere un cavaliere su un cavallo bianco con le spazzole che la osserva scendere, un po’ di striscio per non farsi scoprire. Io, ogni volta, con la mia macchinina risalivo la banchina, quella che presi a chiamare “ponte”, e avrei potuto ricostruire i suoi passi e il tracciato che avrebbe percorso per uscire. Prima che arrivasse, andavo avanti e indietro sul ponte, ma mi fermavo sempre dopo trenta o quaranta metri dalla banchina, perché in lontananza i binari incominciavano a convergere e a scontrarsi e la tettoia non copriva più le spalle. Conoscevo alla perfezione lo sguardo che aveva quando i suoi occhi si affacciavano sul ponte della città e incominciai a scoprire il significato di quel suo sguardo quando capii per quale motivo veniva in città da così lontano, percorrendo quell’assurda tratta che, partendo da Budapest, decide di svoltare per Belgrado prima di dirigersi verso Trieste. Il motivo era un uomo sui trentacinque anni. Il suo cappotto scuro compare la mattina presto, molte ore prima che arrivi il treno. A lui sono rivolti i primi sguardi della splendida passante. Ma la fatalità del suo sguardo non è dovuta (o meglio, non soltanto, come avrei scoperto più tardi) alla presenza di quell’uomo.
Di quest’uomo non ho mai notato nulla. Anche quando più tardi ho conosciuto la sua storia, il suo passo e i suoi sguardi mi rimanevano volutamente sconosciuti. Vedevo che lei gli regalava dei dischi, glieli dava alla stazione prima di partire. So soltanto, di certo, che Elena Khun non veniva in città solo per incontrare quell’uomo: le traduzioni che faceva in italiano venivano pubblicate da un editore di Trieste. Nel corso degli oltre dodici anni nei quali per due volte al mese la vedevo giungere in stazione, ho visto susseguirsi una quantità impressionante di bozze buttate nel cestino. Traduceva dal russo, ed è stato grazie a lei che ho letto Gogol’, ho conosciuto la celebre e agorafobica prospettiva Nevskij, così simile al ponte della stazione; ho letto Dostoevskij e Tolstoj, Mandel’štam e Platonov, e le poesie di uno stravagante Emilio Wort, un triestino “che a undici anni emigrò con la famiglia in Russia”, diceva l’introduzione di Elena Khun. Leggevo di tutto: non traduceva soltanto romanzi e poesie ma anche scritti di registi russi, manuali di ingegneria, libri per l’infanzia e una volta capitò persino un libro sulle locomotive.
Ora le coste di quei libri mi osservano dalla parete del mio studiolo e mi ricordano, ognuna con una data impressa nella memoria, la bellissima Elena Khun.
Di lei, in maniera fortunosa, ho saputo molte cose. Sua madre ha circa 55 anni. È una delle donne che tutti definirebbero gentili, in qualche modo aggraziate. Elena ha preso sicuramente da lei quell’arrossamento delle guance, lo sguardo felicemente fatalista, il gusto per le gonne leggermente strette. Viene a Trieste due o tre volte al mese, spesso quando la figlia è già in città. Devono avere un rapporto complice, a volte si sfiorano la mano scendendo dalle scale. Ho scoperto che Elena Khun ha due fratelli, Hans e Georg. Hans, il più grande, è un ingegnere, vive in Germania. È sposato con Heidi Schnitzler e ha due figli, Martin e Lisset, di 4 e 9 anni. Elena adora Hans. Heidi non apprezza di Elena la sua schiettezza celata nelle vesti di bambina innocente.
Georg, più piccolo di Hans di qualche anno, vive a Budapest ed è impiegato in banca. È stato abbandonato dalla moglie sei anni fa e ora vive a casa con la madre. Ogni volta che Elena si trasferisce a Trieste per qualche mese, lui le spedisce dischi di musica classica. Lei li ascolta sempre, nelle sue lettere si dice appassionata, ma dopo li regala all’uomo della banchina. Sono quelli, ho capito, i dischi che gli donava alla stazione.
Questo è una minima parte di quello che so di lei, tutte cose che ho saputo dalla corrispondenza che Elena Khun portava sempre con sé. Quando in una calca la passante ha perso la sua borsa, io, come sempre, ero presente. L’ho raccolta per ridargliela, ma alla fine l’ho riposta sotto al volante, di fianco al pranzo. Quando ho estratto da un quadernetto una delle innumerevoli foto, me li sono visti tutti quanti in fila, Hans, Georg, i nipoti, la madre, mancava solo il padre. Solo lui mancava. E allora accade come con certi verdini dei puzzle, così difficili da sistemare e così perfetti quando trovano l’anima gemella. Era lui, e non l’uomo che aspetta alla stazione, a donargli l’affettuoso sguardo che probabilmente la fa sorridere ancora adesso in quella maniera profonda e fuggitiva. Lei, la migliore delle passanti, alla quale bisognerebbe dedicare un libro, o almeno una poesia. Così diversa dalle altre proprio perché sempre, di fatto, passante.
Sua madre e Hans non sapevano nulla di quell’uomo. Sua madre e Hans non sapevano nulla di lui, nonostante i due si vedessero da più di dieci anni. Solo con Georg ne parlava. Forse quei dischi traghettavano la tristezza di Georg e l’amore di Elena Khun. Forse nei solchi neri del disco si condensavano i sogni di una passante innamorata, o la crudeltà di una sorella insensibile. In ogni caso, l’uomo della banchina rimarrà sempre, ai miei occhi, una macchia scura in fondo al binario 1. Non a lui, ma al padre, avevo da poco saputo, erano rivolti i sorrisi della passante più bella che abbia mai incontrato. E questa, per me, era una notizia positiva.
Elena Khun, la migliore delle passanti, è la più piccola dei tre fratelli. Ha 32 anni, me lo ha detto il suo documento di identità che custodiva nella tasca più nascosta della borsa. C’è scritto proprio Traduttrice. È alta 1,74 e ha i capelli castani. È nata a Budapest, ma abita a Belgrado, ed è la migliore delle passanti, ma questo, probabilmente, lei non lo saprà.
O forse lo saprai? È in qualche modo possibile che tu possa ricevere questo racconto e queste poche righe? Che tu possa leggere l’ultima lettera che ti scrivo, dedicata a te, dal tran tran della stazione? Ti ho visto salire per la prima volta, una mattina, dal binario 3, e non sei più tornata, non ti ho più rivista, né sola né con tua madre, nessun uomo ti aspetta più sulla banchina. Persi i tracciati e le mappe, smarrita la tua musica.
Quel che mi rode di più è che so quasi tutto della tua vita, non ignoro da dove sei partita (come potrei!), ma ignoro dove sei andata. Tu non sai niente di me, ignori dove sto andando e questa forse è la mia unica e personale consolazione, che mi dà un vantaggio un po’ perverso su di te, l’unico che possa mai aver vantato.
Lascio il racconto e queste poche righe nella borsa, insieme alle tue lettere e ai documenti, prima di consegnarla all’ufficio oggetti smarriti. Chi può dire se, tra qualche anno, dopo tanti anni, tu, o qualcuno per te, non la possa ritrovare.
Ho sempre vissuto in una specie di loggiato, incastrato sopra i binari. Ci vivevo con mio padre, capo stazione, ma da quando molti anni fa è morto sono rimasto solo. Dalla mia stanza vedo la banchina intera e, in lontananza, i binari, orridi e fascinosi a un tempo, piccolo palcoscenico sul quale l’umanità si rappresenta, per volontà o necessità.
Quando i passanti guardano il tabellone delle partenze e degli arrivi è come se mi guardassero negli occhi. Questa finestra posta a fianco ai tabelloni mi ha sempre dato l’idea della clandestinità e il piacere dell’obbligata visibilità, un piccolo brivido che negli anni ti impone e ti permette di conoscere spicchi dell’umanità e del mondo. I fischi dei treni mi hanno sempre portato alla mente la Risiera, dove i tedeschi rinchiudevano uomini, donne e bambini. Vedevo tutti i giorni partire i vagoni scortati da centinaia di guardie. La danza dei passanti assomigliava a un rituale macabro, le valige sincopavano la musica dei calcagni, la azzoppavano, ne sconvolgevano le quartine, creavano scale verticalissime.
Anni dopo, però, si sentivano le schioppettate da Opicina, dal porto Vecchio, persino dal tribunale, e la frenesia massima nella stazione. I fischi dei treni erano diventati in quei giorni delle grida al cielo, sapevano di polvere da sparo.
Spesso ho pensato che non avrei barattato la stazione per nessun altro luogo al mondo. Il mio mondo fatto di suoni e di volti, il mio pane quotidiano.
Il mio mondo è fatto di gente che cammina e parla. L’unico che non parla alla stazione sono io. Che poi, a dir la verità, parlo tutto il giorno. Giro con la mia macchinina e faccio due chiacchiere con l’uomo che vende i giornali, due parole anche al cambio turno e alla mattina presto; e poi ci sono i colleghi delle pulizie, quelli della manutenzione, quelli dell’elettricità, i capi treno, i vice capi treno, quelli delle pulizie, gli addetti alle biglietterie, i garzoni del bar, quelli dell’ufficio informazioni e quelli dei rimborsi; il tabaccaio e quell’uomo solitario che vive sull’ultima banchina del binario 3. Tutte queste persone formano una moltitudine disordinata ma compatta, la piccola selva che porta avanti e dà lustro alla stazione, ne costituisce la struttura portante, l’ossatura sempre presente e invisibile ai più.
Scambio due parole con molti di loro. Dopo anni di lavoro ho scandagliato la loro lingua e la loro personalità, sono diventate sagome di umanità che conosco alla perfezione, negli occhi e nello sguardo. Rimangono costanti sullo sfondo, figure piacevoli in un piccolo mondo di codificata umanità. Il loro suono è un’unica nota prolungata, un quattro quarti monorima e senza pause.
È solo negli incontri casuali, non nel quotidiano svolgersi della vita della stazione, che tra quelle volte e quei saloni entro veramente in contatto con qualcuno.
Anni fa ad esempio ho conosciuto un ragazzo che mi ricorderò per sempre. Passava di lì come tanti, coi suoi occhiali scuri e i pantaloni stretti. Mi colpì di lui, come era già successo con altre persone, ma mai con questa sensazione, il suo modo di parlare. Il suo friulano era strano, sicuramente acquisito nell’infanzia; ma sibillino, a volte sconosciuto, insidioso in certe costruzioni, vagamente imbastardito. Era un ragazzo sui trent’anni che prendeva spesso il treno veloce in direzione Roma. Partiva quasi sempre dal binario 11, col treno delle 16 e 40 che giunge a Roma al mattino presto. Sembrava che poetasse mentre mi chiedeva come stavo, muovendo quelle labbra in quel friulano strano. Mi parlava timidamente, lo sguardo basso, le labbra sottili. A volte avevo l’impressione che mi stesse intervistando. E quando gli raccontavo della musica delle passanti, sorrideva e sorridendo pensieroso rispondeva: anche a me piace Mozart.
Anche di altri incontri, durante la mia lunga vita di impiegato alla stazione, la mia memoria ha tenuto un limpido ricordo. Mi ricordo come fosse ieri di quel tale, per esempio, si chiamava Umberto Poli, che conosceva gli abitanti della città meglio di chiunque altro. Andava e veniva da Trieste continuamente e mi raccontava storie della città vecchia e dei popolani. Ma l’incontro più strano e sconvolgente, quello che più di tutti ha marchiato indelebilmente la mia vita, è avvenuto un giovedì mattina di dodici anni fa. Per la prima volta ho avvertito in una persona il piacevole brivido della totale assenza di note musicali. La stazione diventata improvvisamente silenziosa, sentivo solo il rumore del mio motorino elettrico che rallentava. I suoi passi non avevano alcun suono, o non mi attraeva la loro melodia. Dei suoi movimenti volevo conoscere lo spartito. Aveva la dolcezza che incanta e il piacere che uccide una vita. Era fatale diversità, musica per sottrazione.
Da subito mi è interessato sapere chi avesse scritto quei libri che portava in mano ogni volta che scendeva dal treno, chi avesse toccato quella gonna quando, scesi i gradini, si sistemava frettolosamente l’orlo, a chi e a cosa fossero rivolti quegli sguardi. Ma soprattutto mi interessava sapere perché scendesse sempre dal treno di Budapest. Da quel giorno incominciai, quasi involontariamente, ennesimo piccolo rituale della giornata, a tracciare il percorso della sua vita, a inseguire il significato della parola Trieste sulle sue labbra, come mai avevo fatto prima.
Il suo nome è Elena Khun. L’ho scoperto qualche giorno dopo averla vista scendere dal treno, quando, per la prima volta, ho cercato di incontrarla. Non le ho parlato, ma passandole di fianco ho visto che gettava dei fogli nel cestino. Sul primo foglio c’era scritto:
Fëdor Dostoevskij
I Demoni
Traduzione di Elena Khun
C’erano altri fogli scritti a macchina pieni di correzioni a penna. Sembravano bozze corrette e buttate. La mia passante preferita, scoprii, era una traduttrice.
Qualche giorno dopo arrivò sulla banchina, ancora dal binario 1. Doveva essere di Budapest, così diceva l’indirizzo tra le due strisce di cuoio della sua vecchissima valigia. Ho preso presto l’abitudine di andarla a prendere al binario, senza che lei si accorga di avere un cavaliere su un cavallo bianco con le spazzole che la osserva scendere, un po’ di striscio per non farsi scoprire. Io, ogni volta, con la mia macchinina risalivo la banchina, quella che presi a chiamare “ponte”, e avrei potuto ricostruire i suoi passi e il tracciato che avrebbe percorso per uscire. Prima che arrivasse, andavo avanti e indietro sul ponte, ma mi fermavo sempre dopo trenta o quaranta metri dalla banchina, perché in lontananza i binari incominciavano a convergere e a scontrarsi e la tettoia non copriva più le spalle. Conoscevo alla perfezione lo sguardo che aveva quando i suoi occhi si affacciavano sul ponte della città e incominciai a scoprire il significato di quel suo sguardo quando capii per quale motivo veniva in città da così lontano, percorrendo quell’assurda tratta che, partendo da Budapest, decide di svoltare per Belgrado prima di dirigersi verso Trieste. Il motivo era un uomo sui trentacinque anni. Il suo cappotto scuro compare la mattina presto, molte ore prima che arrivi il treno. A lui sono rivolti i primi sguardi della splendida passante. Ma la fatalità del suo sguardo non è dovuta (o meglio, non soltanto, come avrei scoperto più tardi) alla presenza di quell’uomo.
Di quest’uomo non ho mai notato nulla. Anche quando più tardi ho conosciuto la sua storia, il suo passo e i suoi sguardi mi rimanevano volutamente sconosciuti. Vedevo che lei gli regalava dei dischi, glieli dava alla stazione prima di partire. So soltanto, di certo, che Elena Khun non veniva in città solo per incontrare quell’uomo: le traduzioni che faceva in italiano venivano pubblicate da un editore di Trieste. Nel corso degli oltre dodici anni nei quali per due volte al mese la vedevo giungere in stazione, ho visto susseguirsi una quantità impressionante di bozze buttate nel cestino. Traduceva dal russo, ed è stato grazie a lei che ho letto Gogol’, ho conosciuto la celebre e agorafobica prospettiva Nevskij, così simile al ponte della stazione; ho letto Dostoevskij e Tolstoj, Mandel’štam e Platonov, e le poesie di uno stravagante Emilio Wort, un triestino “che a undici anni emigrò con la famiglia in Russia”, diceva l’introduzione di Elena Khun. Leggevo di tutto: non traduceva soltanto romanzi e poesie ma anche scritti di registi russi, manuali di ingegneria, libri per l’infanzia e una volta capitò persino un libro sulle locomotive.
Ora le coste di quei libri mi osservano dalla parete del mio studiolo e mi ricordano, ognuna con una data impressa nella memoria, la bellissima Elena Khun.
Di lei, in maniera fortunosa, ho saputo molte cose. Sua madre ha circa 55 anni. È una delle donne che tutti definirebbero gentili, in qualche modo aggraziate. Elena ha preso sicuramente da lei quell’arrossamento delle guance, lo sguardo felicemente fatalista, il gusto per le gonne leggermente strette. Viene a Trieste due o tre volte al mese, spesso quando la figlia è già in città. Devono avere un rapporto complice, a volte si sfiorano la mano scendendo dalle scale. Ho scoperto che Elena Khun ha due fratelli, Hans e Georg. Hans, il più grande, è un ingegnere, vive in Germania. È sposato con Heidi Schnitzler e ha due figli, Martin e Lisset, di 4 e 9 anni. Elena adora Hans. Heidi non apprezza di Elena la sua schiettezza celata nelle vesti di bambina innocente.
Georg, più piccolo di Hans di qualche anno, vive a Budapest ed è impiegato in banca. È stato abbandonato dalla moglie sei anni fa e ora vive a casa con la madre. Ogni volta che Elena si trasferisce a Trieste per qualche mese, lui le spedisce dischi di musica classica. Lei li ascolta sempre, nelle sue lettere si dice appassionata, ma dopo li regala all’uomo della banchina. Sono quelli, ho capito, i dischi che gli donava alla stazione.
Questo è una minima parte di quello che so di lei, tutte cose che ho saputo dalla corrispondenza che Elena Khun portava sempre con sé. Quando in una calca la passante ha perso la sua borsa, io, come sempre, ero presente. L’ho raccolta per ridargliela, ma alla fine l’ho riposta sotto al volante, di fianco al pranzo. Quando ho estratto da un quadernetto una delle innumerevoli foto, me li sono visti tutti quanti in fila, Hans, Georg, i nipoti, la madre, mancava solo il padre. Solo lui mancava. E allora accade come con certi verdini dei puzzle, così difficili da sistemare e così perfetti quando trovano l’anima gemella. Era lui, e non l’uomo che aspetta alla stazione, a donargli l’affettuoso sguardo che probabilmente la fa sorridere ancora adesso in quella maniera profonda e fuggitiva. Lei, la migliore delle passanti, alla quale bisognerebbe dedicare un libro, o almeno una poesia. Così diversa dalle altre proprio perché sempre, di fatto, passante.
Sua madre e Hans non sapevano nulla di quell’uomo. Sua madre e Hans non sapevano nulla di lui, nonostante i due si vedessero da più di dieci anni. Solo con Georg ne parlava. Forse quei dischi traghettavano la tristezza di Georg e l’amore di Elena Khun. Forse nei solchi neri del disco si condensavano i sogni di una passante innamorata, o la crudeltà di una sorella insensibile. In ogni caso, l’uomo della banchina rimarrà sempre, ai miei occhi, una macchia scura in fondo al binario 1. Non a lui, ma al padre, avevo da poco saputo, erano rivolti i sorrisi della passante più bella che abbia mai incontrato. E questa, per me, era una notizia positiva.
Elena Khun, la migliore delle passanti, è la più piccola dei tre fratelli. Ha 32 anni, me lo ha detto il suo documento di identità che custodiva nella tasca più nascosta della borsa. C’è scritto proprio Traduttrice. È alta 1,74 e ha i capelli castani. È nata a Budapest, ma abita a Belgrado, ed è la migliore delle passanti, ma questo, probabilmente, lei non lo saprà.
O forse lo saprai? È in qualche modo possibile che tu possa ricevere questo racconto e queste poche righe? Che tu possa leggere l’ultima lettera che ti scrivo, dedicata a te, dal tran tran della stazione? Ti ho visto salire per la prima volta, una mattina, dal binario 3, e non sei più tornata, non ti ho più rivista, né sola né con tua madre, nessun uomo ti aspetta più sulla banchina. Persi i tracciati e le mappe, smarrita la tua musica.
Quel che mi rode di più è che so quasi tutto della tua vita, non ignoro da dove sei partita (come potrei!), ma ignoro dove sei andata. Tu non sai niente di me, ignori dove sto andando e questa forse è la mia unica e personale consolazione, che mi dà un vantaggio un po’ perverso su di te, l’unico che possa mai aver vantato.
Lascio il racconto e queste poche righe nella borsa, insieme alle tue lettere e ai documenti, prima di consegnarla all’ufficio oggetti smarriti. Chi può dire se, tra qualche anno, dopo tanti anni, tu, o qualcuno per te, non la possa ritrovare.

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