venerdì 23 gennaio 2009

Milano fantasma, di Michele Mari e Velasco Vitali


di Juri Testa
Quando io faccio l’elogio della conservazione, contro questa smania dell’ammodernamento,
del portoncino con l’alluminio zincato, del praticello all’inglese… dico, ma perché
non ci teniamo le nostre vecchie cascine così come sono? Perché tutto dev’essere rileccato,
oppure finto vecchio? Perché non è possibile andare per due anni di fila nello
stesso negozio senza trovarlo tutto rinnovato, marmorizzato? Perché devo veder scritto
La boutique del pane o Non solo pane, laddove c’era Panettiere o Prestinaio?
Lì io metterei le bombe! Per me quella è l’ignoranza profonda.

Non si può dire che Milano sia conosciuta in Europa per la bellezza delle sue strade. È la città del business, della moda, del Cenacolo e di San Siro. Milano fantasma, il libro che Michele Mari e Velasco Vitali hanno preparato per i tipi della Edt (collana “I carnet di viaggio”) attraversa e oltrepassa con immagini e illustrazioni gli stereotipi turistici della città, affrontando i luoghi sia con l’occhio dello straniero sia con quello del voyeur. Mari infatti percorre come un turista la città in cui è nato, seguendo le indicazioni di vecchie guide, raccontando la storia dei luoghi visitati e della città (le trasformazioni che ha avuto nel tempo un luogo, le varie fasi della costruzione di un edificio, citando architetti e progettisti, come in una guida, appunto). Allo stesso tempo, però, non perde mai lo sguardo del voyeur, di colui che vede in ogni oggetto e in ogni luogo l’aura, un eterno e implicito confronto tra passato e presente sistematicamente eretto a metro di giudizio estetico. Le pagine che più dissacrano (e lamentano, e denunciano) sono quelle in cui è massimo il rapporto di distacco dall’oggetto (“Nemmeno Attila sarebbe stato capace di fare quello che gli « stilisti» hanno fatto a Milano”, è una delle frasi più lapidarie); sono quelle che mettono in risalto la trasformazione. Più colti e sentimentali, invece, sono gli sguardi sui luoghi amati (pochi), non ha importanza che si tratti di tutto il ferro della stazione centrale o dei sedili di un tram in deposito, nella cui materia si annidano i patemi, i sogni e le paure di intere generazioni. Da milanese, e da scrittore colto, Mari non può non richiamare l’attenzione sugli scrittori che hanno vissuto Milano in maniera distonica, pur essendo perfettamente integrati nel tessuto della città: Gadda, Buzzati (la sua tranquilla vita da impiegato al Corriere della Sera quanti mostri ha generato!), il Bianciardi dinamitardo della Vita Agra. E, da scrittore filologo, ci appassiona scavando archeologicamente nei nomi dei luoghi, richiamandosi sempre al passato, all’origine di una cultura popolare che sta definitivamente (almeno a Milano) tramontando. Mari odia la modernità? Forse odia soltanto le trasformazione modaiola e insensata. Quella che viene (anche coi colori, nelle belle illustrazioni) dipinta è una città fantasma, perché ha perso l’aura o forse perché pare deserta a causa di qualche maledizione biblica che si sta compiendo. Milano fantasma è un carnet di viaggio che tra qualche anno, quando tre torri sormonteranno lo skyline della città, tutti dovrebbero leggere.




0 commenti: