IL CESSO
Gianmaria Guerraepace attraversava le desolate afose strade della città agostana lentamente, calmamente, senza pensieri in mente, come sempre. Vittima della diarrea Gianmaria non se ne lamentava, lo sguardo perso oltre le finitime fisiche cose, questo disagio non lo infastidiva. Neppure pensava il caldo, pur sudando vistosamente, era una giornata così calda, che persino mauriziocostanzo si sarebbe lamentato, avrebbe sudato più di sette camicie coi baffi, ma Gianmaria non pensava mauriziocostanzo, non pensava tutti quelli che erano partiti per il mare o altrove, non pensava il fatto di trovarsi solo in una città vuota e afosa, non pensava la sete né il tempo che passava, non pensava una donna in particolare né le donne in generale, non pensava il referendum, non pensava la macchina che non aveva, non pensava il grande occhio del grande fratello che tutti spia tutti rendendo spie di tutti e delatori di se medesimi, non pensava la mamma, non pensava la legalizzazione delle droghe leggere a scopo terapeutico, non pensava all’eugenetica né alla clonazione, non pensava neppure di fare colazione e non mangiava dal pomeriggio del giorno prima, non pensava i perizomi né la cocaina, non pensava il granpremio,non pensava a delpiero studentecepu né al matrimonio di totti, non pensava il papa, non pensava il dissesto idrogeologico dell’india, non pensava il jazz, non pensava la corruzione e la stupidità della grande babele, non pensava i topi muschiati dell’Asia minore, non pensava il suo cazzo, non pensava gli attentati in medioriente, pensava proprio a niente, un bel niente. Ogni tanto un languido peto soffocante finiva in un fischio sordo la sua breve malaugurata esistenza, e una nuova macchiolina grigiastro smeraldina fluorescente andava a campeggiare sulle esasperate sue mutande.
Immerso nei suoi nonpensieri non vide che un uomo gli si avvicinava quasi furtivamente, e quando questi gli si parò dinnanzi con aria saccente e violentemente interrogativa, Gianmaria per un istante credette che l’uomo fosse comparso dal nulla, da una nebula d’afa, una allucinazione sgorgata dai miasmi delle malsane viscere cittadine. Ma l’uomo era reale, e Gianmaria dovette infine accorgersi che non era solo; altri tre poco più lontani gli si avvicinarono e si disposero a cerchio attorno a Gianmaria che non ebbe più via di fuga.
Il più alto di questi aveva lunghi dreadlocks e lunga barba e principiò a parlare ponendo svariate domande a Gianmaria che si domandava cosa significasse quanto avveniva.
“Chi sei? Cosa fai in giro per le strade deserte tutto solo? Perché non lasci crescere barba e capelli? E puzzi!"
L’ultimo pensiero che gli attraversò la mente prima che la corda spezzasse l’osso del collo non fu altro che questo:
“Non ho mai avuto un pensiero, un pensiero fisso, non ho mai amato pensare, non ho mai pensato intensamente a qualcosa o qualcuno, per tutta la mia vita non ho mai pensato né ho mai desiderato farlo; ora che muoio dovrei forse pensare a qualcosa, a qualcuno, magari rivedere, falsati, ricordi o volti o parole o chissà cos’altro, ma la verità è che io non ho ricordi, non tengo appassionatamente stretto al cuore alcun ricordo alcun volto alcuna parola, me ne vado così come ho sempre vissuto, nella mia mente c’è il vuoto più totale, neppure il minimo senso di colpa per qualcosa, non il minimo rimpianto, muoio così come sempre ho vissuto, come un imbecille. Tutto questo non mi addolora, né credo che essere un imbecille sia cosa di cui vergognarsi – anzi forse veramente imbecille è solo chi se ne vergogna. Ma tra poco mi sarò liberato di tutto e tutti, di questa noia, sono molto annoiato. Questo forse è il solo vero pensiero che io abbia mai avuto, e cioè che tutto mi annoia, tutti mi annoiano”.
Ed era vero. Questo pensiero riassumeva benissimo la sua esistenza della quale, peraltro, non è affatto cosa stare a parlare.
Si sbagliava però verso la fine del suo supposto pensiero. Si sbagliava per il semplice motivo che non si sarebbe liberato di tutto e tutti. Come l’osso del collo si spezzò – invero fu una impiccagione a regola d’arte, morì, cosa rara per un impiccato, sul colpo – come l’osso del collo si spezzò egli si trovò tramutato in una farfalla coloratissima, e cominciò a svolazzare intorno al suo cadavere appeso danzando una elegante marcia funebre.
Carluccio Carducci giocava tutto solo per le strade deserte inseguendo i suoi pensieri osservava la farfalla, e non vide a pochi passi da lui l’impiccato, finché la farfalla non vi si posò sopra. Carluccio era sempre stato di mano pesante – l’autoerotismo lo aveva scafato – e anche quella volta non fu da meno. Tentando afferrare la farfalla, le portò via la preziosa polvere sulle ali: non avrebbe più volato. Così Gianmaria Guerraepace si vide morire due volte, ma la seconda più ebbra, più lenta, più dolorosa – un’agonia, strascinandosi alle grida stupide di Carluccio che era venuto nei pantaloni.


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