di Veronica Zoccheddu
Costretto alla doppiezza, al silenzio e agli inchini di fronte alle autorità, tra le righe dei suoi romanzi Dovlatov manifesta la sua dissidenza. Compromesso sfrutta materiali autobiografici e si articola non in capitoli bensì in compromessi, appunto. All’inizio di ognuno di essi vengono indicati, anche graficamente, i due livelli entro cui si svolge la vicenda: un trafiletto di giornale, cioè la storia “ufficiale”, riportato in corsivo, e il resoconto di come effettivamente si sono svolte le vicende, di chi si muove e di come si lavora dietro il sipario di quello spettacolo teatrale che era la vita sovietica nel periodo della stagnazione.
Gli articoli riportati raccontano di mungitrici da record, di personaggi meritevoli, della nascita del quattrocentomillesimo abitante della città, di un convegno scientifico… insomma, il repertorio classico delle notizie pubblicate nelle gazzette sovietiche, nell’impero dove tutti sono uguali e felici, dove la disoccupazione non esiste. Dovlatov invece, con un irresistibile senso dell’umorismo, ci racconta come veramente si svolgevano le cose, quante bugie, forzature, sgridate da parte dei quadri, quanti rischi e quante sbornie colossali ci siano dietro a quei freddi articoletti.
Sbornie, appunto: la vodka è, insieme a Dovlatov e ai suoi colleghi di redazione, una protagonista niente affatto secondaria in questo romanzo, come del resto in molta letteratura russa. L’alcolismo è la vera piaga della Russia prima e dell’Unione Sovietica poi, soprattutto nella sconsolante epoca di Brežnev, soprattutto fra i dissidenti, gli intellettuali, che bevono continuamente per riuscire a sopportare e, allo stesso tempo, a dimenticare la vita. La vodka ha mille nomi, ed è la vera Compagna: non c’è moglie, amante, amico, partito che valga quanto lei, e per lei si fa di tutto. Compromesso è un romanzo estremamente godibile, grazie alla narrazione fluida, veloce, aneddotica di Dovlatov, ed è al contempo un esempio prezioso di letteratura della dissidenza anni 70 nel variegato panorama della letteratura russa contemporanea. Attraverso le sue pagine facciamo la conoscenza di una serie di personaggi straordinari: oltre al giornalista Dovlatov, così caustico nel suo umorismo, e così indifferente al mondo che lo circonda (una frase su tutte: “Ormai guadagnavo non meno di duecentocinquanta rubli. Mi era persino saltato in mente di passare gli alimenti a mia moglie”), Žbankov, maestro nella fotografia nonostante l’attrezzatura scadente e la mano sempre tremante a causa dell’alcool; Buš, il dissidente tutto “genio e sregolatezza”, e tanti altri. Ma, ciò che è più importante, penetriamo, grazie alla maestria dell’autore, alle sue frasi brevi, semplici eppure taglienti, profondissime, nel mondo dell’intellighenzia sovietica degli anni 70: una generazione che non si oppone apertamente al regime, e non solo perché il rischio di essere processati, internati in manicomio o di perdere la cittadinanza è altissimo, ma anche per semplice sfinimento, stanchezza… una generazione per la quale i posti di lavoro più ambiti sono quelli di fuochista, bibliotecario, portinaio, cioè i meno prestigiosi, i più umili, che permettono di essere lasciati in pace dai controlli ossessivi, dalla burocrazia e dai dirigenti di partito, ma che lasciano abbastanza tempo libero per pensare, scrivere, costruirsi il proprio piccolo mondo interiore, totalmente (finalmente) privato (e che stanno talmente in basso nella piramide sociale da non far temere il declassamento!). Un gustoso passaggio del romanzo è infatti quello che vede Dovlatov e Buš, licenziati dalla “Sovietskaja Estonija”, trovare lavoro proprio come fuochisti, e ritrovarsi scaraventati in una sorta di Sorbona sotterranea e nascosta.
In un paese come la Russia, dove gli intellettuali in generale, e gli scrittori in particolare, sono sempre stati investiti di un ruolo specifico nella società (e di cui loro stessi si sono sempre auto-investiti), ecco spuntare una classe di indifferenti, nascosti, a volte impauriti, che affrontano la realtà fuggendo, mimetizzandosi, talvolta materialmente (l’emigrazione), spesso rifugiandosi nell’allucinazione e nel surreale offerti dalla cara, vecchia amica Vodka, consapevoli del fatto che, una volta smaltita la sbornia, di nuovo si ritroveranno in un mondo altrettanto finto: perché, come Dovlatov stesso ci dice nel Compromesso primo, “Trudna doroga ot pravdu k Istine”: è dura la strada dalla verità al Vero.
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